INTERVIEWS

IVORIES (IT) – 04.01.2017

EN: Raccontateci del vostro esordio nei primi anni ottanta come “Jeunesse d’Ivoire” e “Other Side”.

I: “Il bassista degli Other Side, con il quale nel ‘79 Patrizia aveva già collaborato nel progetto “An Incoherent Psyche”, (Stefano Comazzi – basso, Fred Ventura – batteria, Giuliano Donati – chitarra) contattò Pat per proporle di cantare con loro, dato che Danilo, cantante e chitarrista degli O.S., aveva deciso di dedicarsi completamente al suo strumento. Dopo queste modifiche alla line-up anche il nome del gruppo venne cambiato in Jeunesse d’Ivoire. Fu un periodo davvero intenso, soprattutto a livello creativo. Purtroppo non venimmo per niente aiutati da una realtà molto chiusa ed indifferente come quella di Milano… Le band che ebbero la fortuna di muovere i primi passi nell’ambito dell’Emilia Romagna o in Toscana, ad esempio, trovarono attorno ad esse un terreno decisamente più “fertile”, ma credo che il tutto sia storia più che conosciuta. Nonostante le difficoltà riuscimmo comunque a fare diversi live, soprattutto fuori dai confini lombardi. Vennero poi le recensioni su Rockerilla, Fare Musica e la partecipazione alla raccolta BodySection. Fummo scelti per partecipare ad una delle prime edizioni di “Indipendenti”, un contest organizzato in tandem tra Videomusic e il programma di Raistereo2 Audiodrome, una nuova trasmissione che in maniera molto pionieristica iniziava a promuovere in Italia sonorità legate al punk e alla new wave d’oltre manica.

EN: Il vostro prossimo disco sarà rilasciato da “Swiss Dark Nights”. Potete darci qualche anticipazione?

I: “In realtà uscirà sulla nostra etichetta Minimal Frenzy, in co-produzione con SDN, a gennaio del 2017. Il cd, intitolato “Light Years”, è una summa di un lungo periodo durante il quale si è anche verificato un cambio di line-up, con Lele che è subentrato come bassista al posto di Francesco. Per noi la musica è una scoperta perenne ed è noi che deve sorprendere prima di tutto. Quindi una continua evoluzione artistica è l’esigenza essenziale del gruppo. In questa ottica il cd conterrà un riassunto di ciò che sono stati gli Ivories fino ad ora, con diversi episodi che anticipano la direzione futura. Abbiamo cercato di realizzare un’opera che travalicasse steccati, generi ed epoche musicali, seguendo la nostra ispirazione e non facendoci condizionare troppo da ciò che potevano essere ipotetiche aspettative di quanti ci hanno seguiti fino ad oggi. Ci siamo assunti diversi rischi perché, pur mantenendo una forte identità e un legame col nostro passato recente, il cd presenta diversi lati inediti. Il legame con certa musica tipicamente ‘80s, che abbiamo suonato in prima persona quando aveva senso farlo, è solo il punto di partenza (ne parliamo anche nel testo di Clock Backwards, un brano del nuovo cd…). Per noi il passato e il presente convivono tranquillamente e la musica che ci interessa risale anche a epoche precedenti agli anni ‘80. Il cd richiederà un minimo di apertura mentale all’ascoltatore che avrà la voglia di esplorare una proposta musicale con una voce propria piuttosto che un’aderenza a determinati stili o stereotipi musicali.”

EN: Parliamo un po’ della vostra “filosofia della musica”: come nasce il processo creativo dal punto di vista della composizione e della lirica? 

I: “Principalmente da una sorta di esplorazione emotiva. Nella maggior parte dei casi nasce da un riff, o una sequenza di accordi di chitarra che abbia una carica suggestiva tale da ispirare un cantato significativo. In qualche occasione da un interplay chitarra-basso in tempo reale o da un ritmo. Poi è fondamentale lo svolgimento del brano, che in un certo senso narra una storia, prende per mano l’ascoltatore e lo porta in luoghi in cui perdersi. Le parole arrivano in seconda battuta e i testi spesso nascono da riflessioni esistenziali. Ci si annota una o due frasi, preferibilmente nel mezzo della notte, giusto per togliere tempo al sonno, e poi si sviluppa l’intuizione. Si lavora molto di fino e non ci accontentiamo delle prime stesure, però cerchiamo sempre di mantenere un elevato grado di spontaneità. Diciamo che l’ispirazione non è mai stata il nostro problema, semmai è il tempo che scarseggia sempre.”

EN: Tra le vostre influenze musicali sono citati anche i Portishead. Personalmente ritengo Beth Gibbons una delle voci più interessanti dell’attuale panorama alternativo, e i Portishead in generale, come degli abili manipolatori che spaziano nei differenti meandri dell’animo umano. Trovo che anche voi, come loro, siate sempre “alla ricerca”. Noto una somiglianza tra le due “frontwoman”: sono entrambe portatrici di forti emozioni! Mi vengono in mente due componenti: rabbia e sensibilità. Cosa ne pensate? 

I: “Hai colto perfettamente nel segno. La nostra musica si basa sui contrasti, luce e oscurità, asprezza e grazia, che convivono nello stesso momento a volte scontrandosi. La tensione è un tratto quasi onnipresente, non solo in quanto a sonorità ma quasi come filosofia artistica. Spostare l’asticella sempre un po’ più in là è ciò che per noi rende eccitante il fare musica e lo si nota anche in una certa complessità dello spettro sonoro, come nella commistione di influenze diverse. Patrizia è la nostra antenna, capta le energie del gruppo e le convoglia verso l’ascoltatore. Questo aspetto è evidentissimo nei live, dove predomina sempre una forte tensione.”

EN: Qualche anno fa Patrizia ha avuto l’occasione di esibirsi con i Diaframma al Bloom di Mezzago. Ho visto il video: bellissima interpretazione di “Siberia”. Com’è stato collaborare con Federico Fiumani?

I: “Con Federico Fiumani, poco prima del concerto dei Diaframma del 2012 al Bloom di Mezzago, avvenne uno scambio “epistolare” attraverso Facebook. In quell’occasione Federico invitò Patrizia a cantare “Siberia” nel loro live. Fu l’occasione (e anche la gradita opportunità) di conoscere personalmente un artista molto coerente con le proprie scelte, un bel ricordo che conserviamo ancora oggi. “

EN: “Milano New Wave 1980/83”, edita da “Spittle Records” nel 2008, è una compilation che racchiude cinque brani di quattro gruppi della scena meneghina del periodo. Ci siete anche voi. Come si è delineata questa idea? 

I: “Il nostro amico di lunga data Fred Ventura, noto produttore ed artista a tutto tondo della scena milanese, venne contattato dalla Spittle Records che era interessata a pubblicare materiale dei gruppi che avevano dato voce alla new wave meneghina dei primi anni ‘80. L’intento dell’etichetta era di fissare su disco le testimonianze di un periodo tanto fertile quanto rimasto ingiustamente nell’ombra. Davvero uno scrupoloso lavoro di recupero mosso da un grande amore per quelle radici comuni. “

EN:“Landed” è il primo video tratto dall’ep del 2013 “In Between”. Di cosa tratta il testo? 

I: “Un tema di disperata ironia. La voce del testo è una persona che arrivata ad un’età matura fa una sorta di bilancio in cui cerca di convincersi di aver risolto i propri problemi, di aver raggiunto un equilibrio di qualche tipo. Va tutto bene, sei atterrato. L’ambiguità rimane nel fatto che non si capisce se toccare terra sia in realtà aver rinunciato definitivamente alle proprie aspettative e ai propri sogni.”

EN: Vi piace esibirvi dal vivo? Cosa provate poco prima di salire sul palco? 

I: “Moltissimo. Il live è forse la dimensione più congeniale degli Ivories. Perché si accetta sempre una nuova sfida, ogni volta ci sono incognite da superare e ci si mette in gioco. Si innescano sempre energie molto forti sul palco, innanzitutto tra noi tre, poi verso gli ascoltatori, e in un gioco di rimandi riceviamo e ritorniamo quelle che sono le sensazioni del pubblico. Si instaura sempre una sorta di flusso elettrico che a volte diventa anche arduo controllare. Ma il bello sta proprio in questo: suonare di fronte ad altre persone per noi è indubitabilmente il fine ultimo della comunicazione musicale.”

EN: Cosa amate fare quando non vi occupate di musica? 

I: “Purtroppo di tempo libero ne abbiamo sempre meno. Gli impegni lavorativi e familiari lasciano poco spazio ad altro. Ed è strano dover constatare come cambi la percezione del tempo in base all’età: ora sembra che i mesi passino come fossero minuti. In genere amiamo fare attività che in qualche modo ci arricchiscano: leggere, ascoltare molta musica di diversi generi, fare lunghe passeggiate, cinema, teatro, concerti, yoga.”

EN: Grazie per il tempo che ci avete dedicato. A voi l’ultima parola…

I: “Innanzitutto vi ringraziamo per l’interesse che ci avete dimostrato. In particolare per l’impegno profuso nell’organizzare eventi che in qualche modo contribuiscono alla diffusione di attività alternative a un certo Pensiero Unico. Visto che siamo all’inizio di un nuovo anno, ci auguriamo che sempre più persone riescano a coltivare la propria unicità e indipendenza di pensiero. La musica è il viaggio che abbiamo intrapreso molto tempo fa e che ci fa ancora sentire allineati con noi stessi. Trovare la nostra passione e perseguirla fino in fondo è la risposta che ci siamo dati. Chi vorrà venire a sentirci sarà il benvenuto e potrà condividere con noi questa magia guaritrice che è la musica. Grazie.”

www.facebook.com/Ivories.band

Foto di Paolo Proserpio

 

HAPAX (IT) – 12/01/2017

EN: Presentatevi e raccontateci la nascita del progetto. 

H: Hapax nasce nell’inverno del 2014 da “A Tank for Alex” un progetto solista di Michele Mozzillo (classe 1979) a cui si aggiungono, successivamente, la produzione elettronica e le chitarre di Diego Cardone (Napoli, classe 1978). Importante e di grande ispirazione , in quel periodo, la frequentazione dell’alternative club “Cellar theory” di Napoli dove già muovevano i loro primi grandi passi band come Geometric Vision e Ash Code, che ha portato alla produzione, in poco più di due mesi, del primo album “Stream of Consciousness” distribuito dalla Swiss Dark Nights di Valerio Lo Vecchio. Dopo circa un anno iniziano i lavori per il secondo album “Cave” che vede la collaborazione ai testi delle canzoni di Alessandra Policella, linguista e filologa napoletana.

EN: Com’è nata la scelta del nome “Hapax”? Spiegate ai nostri lettori cosa significa. 

H: Come tributo alle nostre antiche origine greche, Alessandra propose un nome in greco derivante dal termine “Hapax legomenon” che etimologicamente significa “detto una volta sola”; il termine fa riferimento a una parola o a una espressione che ricorre una e una sola volta nell’arco di tutto un testo letterario considerato o addirittura di un intero sistema linguistico. Viene usato soprattutto in filologia per identificare il copista o l’autore di uno specifico codice e ce ne siamo appropriati per trasmettere questa idea di unicità.

EN: Ascoltando i vostri brani mi vengono in mente i classici gruppi gothic rock della scena anni novanta. Cosa ne pensate di quel periodo?

H: Ci influenzano moltissime cose, non facciamo calcoli o comunque non ci sentiamo particolarmente legati a quel periodo. Ci viene abbastanza naturale tracciare linee e suoni di quel tipo, ci affascina l’emozione che può scaturire un brano al di là di quello a cui possa assomigliare, è semplicemente il nostro modo di esprimerci.

EN: Napoli è la vostra città natale. Com’è crescere in quella realtà? 

H: Napoli è una città meravigliosa ma anche piena di contraddizioni, in cui alle mille sfumature di luce solare , si intreccia un profondo lato oscuro dovuto alle sue caverne sotterranee e alla sua storia antica e unica ricca di esoterismo, mistero, violenza e morte.

EN: Vitriol”, oltre a essere il singolo uscito nella primavera 2016, è anche un videoclip: semplice, diretto e tagliente. Raccontateci del “making of”.

H: “Vitriol” più che un videoclip è uno showreel più elaborato dove abbiamo voluto nuovamente presentare, dopo “ When the marble falls”, una visione più “live” del progetto. Il video è stato girato al teatro auditorium di Caivano (NA) da Franco Mozzillo (frames studio) Tutte le immagini utilizzate prese dal web, sintesi del concetto del brano, sono state proiettate su un maxischermo e successivamente in post produzione, sovraimpresse alle immagini originali del video.

EN: “Cave” è il vostro secondo disco: quali sono i tratti salienti di questo lavoro? 

H: “CAVE” è stato composto con una consapevolezza maggiore, quindi più maturo. Avevamo voglia di stupirci, di emozionarci, volevamo scavare nel profondo. Nel primo disco seguivamo più il “flusso di coscienza”, nel secondo c’è stata la consapevolezza che dovevamo elaborare tutto il background immagazzinato nei live e nei posti che abbiamo visitato, volevamo metterci seriamente alla prova, anche nella produzione e lavorazione dell’album, scegliendo di registrare in “Analog” e far passare tutto su nastro per un suono più compatto e ricco di armoniche.

EN: Parliamo un po’ dei vostri testi. Immagini religiose, visione eteree, miti del passato. 
Qual è il bagaglio culturale del nuovo album? 

H: Ogni testo che si scrive è spesso anche inconsapevolmente debitore. “Cave” deve molto a tanta letteratura filosofica, da Borges, a Dávila, a Sofocle (“l’essere umano è solo respiro e ombra”). Ma pensiamo però che l’immaginifico dell’ascoltatore non vada troppo “orientato” da spiegazioni in dettaglio dei testi, così che ciascuno possa leggervi secondo il suo modo di sentire, dando vita a interpretazioni inedite.

EN: Facciamo un salto indietro. Avete esordito con  “Stream of Consciousness” qualche anno fa. Il “flusso di coscienza” scorre inevitabilmente verso nuovi scenari. C’è un filo conduttore tra il vecchio e il nuovo disco? 

H: La scelta di suoni e melodie non necessariamente legate al “genere”, dove al classico post punk e cold wave si aggiungono strutture e sonorità anche più industrial e synth pop. Forse comune denominatore è la scelta di non creare un tributo o un revival degli anni 80 ma provare a creare un suono e un atmosfera caratteristica e personale.

EN: Cosa ne pensate dell’underground musicale italiano? C’è qualche gruppo con cui collaborate o che ritenete particolarmente interessante? 

H: Oltre ai già citati Geometric Vision e Ash Code, ci sono molte belle realtà sia a Napoli (Dark Door per esempio) che in Italia, ma ascoltiamo moltissima musica e sarebbe una lista troppo lunga da fare.

EN: Quali sono i vostri impegni già fissati per il 2017?

H: Per il 2017 stiamo in fase di stesura per la realizzazione di due nuovi video e proseguire il tour con la nuova esperienza delle date in America e Russia.

www.facebook.com/hapaxband

 

BLEEDING JASMINE (IT) – 16.01.2017 

EN: Chi sono i Bleeding Jasmine e come è nata l’idea di usare questo appellativo?

BJ: I Bleeding Jasmine sono un gruppo rock torinese composto da basso: Antonio de Leva, chitarra e voce: Leonardo Simoni, batteria: Giorgio Brusamonti. “Bleeding Jasmine”: Il nome può essere tradotto con “gelsomino sanguinante” ed è caratterizzato da un’ambiguità interpretativa: i due termini sono stati accostati per loro forza espressiva e antitetica e per le immagini e i colori che richiamano.

EN: “Breath after the Apnoea” è il titolo del vostro primo lavoro. Cosa si cela dietro a questa immagine di forte impatto emotivo?

BJ: Un forte senso di sollievo e soddisfazione scaturito da un momento di intenso impegno creativo.

EN: Soffermiamoci sui testi: quali sono le tematiche trattate nelle vostre liriche e come nasce la stesura?

BJ: I testi sono legati ad una poetica immaginifica e sognante, prendono ispirazione dalle storie più suggestive e bizzarre raccontante da poeti come Baudelaire e William Blake. Le loro liriche si caricano infatti di un profondo significato e affrontano diverse tematiche: dal ruolo dell’uomo nella società odierna al suo rapporto con la natura e con l’evoluzione del sistema sociale in cui vive e sogna. Non mancano nelle canzoni riferimenti a mondi fantastici, universi paralleli e strani personaggi frutto del pensiero creativo della band.

EN: Ascoltando i vostri brani incrocio differenti stili che uniti formano un nucleo compatto. La scena indie britannica si amalgama alla psichedelia per poi sfociare nella new wave.
Quali sono i pilastri della vostra cultura musicale?

BJ: Traiamo spunto dall’ascolto dei più svariati generi musicali, partendo dal rock psichedelico per arrivare al progressive rock e alla musica new wave con contaminazioni tratte dal metal. I gruppi e gli artisti più amati da noi restano Pink Floyd, Radiohead, Porcupine Tree e Joy Division.

EN: Personalmente vi ritengo tra i gruppi più interessanti della nuova scena alternativa torinese. Come vi rapportate verso l’ambiente musicale locale e quali sono, secondo voi, le realtà che potranno avere un futuro anche al di fuori di questo habitat?

BJ: Grazie, siamo molto contenti di sentire queste parole ci spingono a continuare a fare quello che stiamo facendo convinti di aver preso una buona direzione. Per quanto riguarda l’ambiente musicale locale possiamo dire di aver trovato nella nostra strada gruppi molto validi sia umanamente che professionalmente con cui abbiamo condiviso e speriamo di condividere ancora il palco. Il problema è che la vita musicale in quanto lavoro è orribile, oramai è sempre più una guerra tra poveri. È una gara tra gruppi a chi arriva prima al nulla, per poi vantarsi di essere arrivato al nulla prima di qualcun altro. Insomma per rimanere in tema, non sappiamo quali realtà potrebbero avere futuro poiché il futuro è così nebuloso che si fa fatica persino a fare programmi a breve termine.

EN: Avete vinto lo Yourban Festival 2013 e il Fratellanzazero Contest 2014. Cosa vi è rimasto di queste due esperienze?

BJ: L’esperienza sul palco.

EN: Mi piace molto la foto che avete usato per il disco. Bianco e nero e minimalismo. Com’è nata l’idea per la grafica?

BJ: La grafica nient’altro è che la Piazza Del Bacio di Perugia. Fortunatamente i Bleeding Jasmine sono una “grande famiglia”, grazie al fotografo Lorenzo D’Amore e alle sue straordinarie abilità siamo riusciti ad avere una grafica ( per noi almeno ) splendida.

EN: Avete in programma un tour promozionale per la presentazione dell’album?

BJ: Al momento no, cerchiamo di prendere al balzo ogni possibilità di suonare i nostri pezzi dal vivo. Stiamo però adoperandoci per poter sopperire a questa “mancanza” al più presto.

EN: Come vi ponete nei confronti dell’immagine che deve o vuole assumere chi diventa in qualche modo un punto di riferimento nei confronti della massa?

BJ: Noi cerchiamo di essere ciò che la gente vede, sia sul palco che fuori. Non sappiamo come ci si deve porre, non sappiamo nemmeno se vogliamo diventare un qualcosa nei confronti della massa. Noi suoniamo per chi ha voglia e tempo da dedicarci che siano 2 o 300.000 persone, chiaramente suoniamo prima per noi stessi, però sarebbe ipocrita dire che non suoniamo per il pubblico.

EN: Siamo giunti al termine della nostra chiacchierata. Vi ringrazio e concludo con una domanda un po’ particolare: supponiamo che un giorno riusciate a raggiungere il successo di un gruppo del calibro degli Editors, riuscite a immaginarvi un vostro brano remixato da Tiesto, come nel caso di “Papillon”?

BJ: No, non riusciamo, ma ciò non significa che non ne saremmo orgogliosi. Per noi l’importante è essere ascoltati, sarebbe splendido se Tiesto ( o chi per lui ) facesse un Remix di “Chains Until Dawn” o “Frozen Tears”… splendido al pari di un 15enne che come prima cover studia ed esegue una nostra composizione. La musica è bella perché è del singolo come è di tutti. Grazie a te per l’intervista, fieri di averla potuta fare.

www.facebook.com/BleedingJasmine

Foto di Nik Soric

 

SUCKER PUNCH (IT) – 23.01.2017

EN: Il progetto Sucker Punch nasce a Torino nel 2014. Volete raccontarci come vi siete incontrati e le vostre esperienze precedenti legate al mondo della musica?

SP: Innanzitutto, grazie a Lesley e a tutto lo staff di ElectroNation per questo incontro, siamo felicissimi di tornare sul palco del Padiglione 14. Ognuno di noi arriva da esperienze musicali differenti, non abbiamo e non vogliamo riferimenti precisi a generi musicali o a band, la musica ci piace tutta, sicuramente la matrice pop/rock è alla base del nostro suono, amiamo mescolare tendenze e contaminazioni.

EN: Quali sono le varie fasi del vostro progetto creativo?

SP: La band è composta da me (Alex), chitarrista e compositore, Edoardo Cinalski alla voce, Fabio Merlo alla batteria, Carlo Canicattì al basso e Simona Zagaglia, manager/fotografa e regista dei video della band, elemento fondamentale per noi. Le idee creative nascono infatti dalla mente visionaria di Simona, dalla sua sensibilità e dalla sua grande conoscenza musicale.

EN: Chi si occupa dei testi e come sceglie le tematiche?

SP: I testi sono scritti da Simona e da Edoardo, le tematiche trattano svariati argomenti, anche qui non abbiamo confini precisi o limitazioni.

EN: Immagino ci sia un album di debutto in cantiere?

SP: Al momento su ITunes  e Amazon potete trovare il nostro ep “Call my Destiny”, contiene 4 canzoni, due di queste sono protagoniste dei nostri video ufficiali, grazie a questi infatti, ci siamo fatti conoscere anche all’estero. Potete trovarli sul nostro canale youtube: Sucker Punch 1, dove ci sono anche i nostri live, le nostre apparizioni in tv e radio, e anche le Cover in versione unplugged, richieste direttamente dalle nostre Fans.

EN: Siete stati intervistati da Red Ronnie negli studi di Roxy Bar. Cosa ne pensate di questo personaggio storico?

SP: Il Roxy Bar e il mondo di Red appartengono alla storia della musica italiana e non solo. Non dimentichiamo che Red è stato il primo, grazie alle sue trasmissioni, a farci scoprire star internazionali come Radiohead e Placebo, ha intervistato personaggi del calibro di David Bowie e Paul McCartney, senza mai dimenticare il grande sottosuolo di artisti esordienti o sconosciuti al grande pubblico. Per noi è stato un grande onore essere stati invitati personalmente dal lui per un intervista, ci ha dedicato una puntata intera del suo Barone Rosso, in cui abbiamo suonato in diretta su Roxy Bar Tv! È stato fantastico!

EN: Raccontateci delle vostre esibizioni dal vivo. Vi piace essere a stretto contatto con il pubblico oppure preferite lo studio di registrazione?

SP: Adoriamo il palco, è praticamente la nostra seconda casa, ci piace pensare così, sul palco siamo come una famiglia che si scatena nel proprio abitat naturale. Ci divertiamo molto. Lo studio di registrazione è altrettanto importante, curiamo molto il suono, “ci piace fare bella figura “… ahahha…. All’estero, dove abbiamo il seguito maggiore, il suono è importante quanto la forma canzone e i testi, la nostra filosofia è quella di consegnare alle orecchie delle persone un pop rock gradevole all’ascolto, senza mai dimenticare energia e passione.

EN: Salta subito all’occhio la vostra abilità nel sapervi promuovere nei vari social network. Al di là del fatto che internet è un ottimo veicolo promozionale, credete possa farvi fare il salto di qualità, oppure, come ha recentemente dichiarato Trent Reznor, essere qualcuno sui social network non serve poi a molto?

SP: Possiamo dichiarare con fatti dimostrabili che se si usano bene, questi mezzi possono essere straordinari. Noi abbiamo ottenuto grandi riconoscimenti all’estero, articoli, recensioni, interviste da magazine stranieri e italiani. Per citarne uno, “Classic Rock”, nota rivista italiana, a maggio ci ha eletti una delle migliori realtà rock indipendenti, cosa che ci dà grande soddisfazione. Questo per merito del web, senza di esso non avremo mai potuto contare sui 92 paesi che ci seguono nel mondo, e che oggi interagiscono con noi e con la nostra musica.

EN: I vostri videoclip sono molto curati e particolari. L’associazione di un determinato pensiero a delle immagini non è semplice da realizzare: chi si occupa di trasferire il concetto in simbolo?

SP: Come dicevo è Simona che si occupa con grande talento dei video della band, della realizzazione e delle sceneggiature. Unire la nostra musica e valorizzare il brano, questa è la sua missione, per questo i video sono stati apprezzati tantissimo anche da critici e giornalisti vari.

EN: Dal “taglio cinematografico” dei vostri video musicali, e anche dal nome che vi siete dati, deduco amiate il cinema. Quali sono i vostri registi preferiti e quali generi prediligete?

SP: Possiamo subito dire che il nome Sucker Punch è ispirato all’ononimo film di Zack Snyder, un action movie del 2011. La passione che lega musica e cinema è tanta per noi, un filo conduttore costante che circonda le nostre canzoni, diciamo che tra i registi preferiti di Simona ci sono sicuramente Tom Ford, David Fincher e Alfred Hitchcock.

EN: Quali sono i vostri obiettivi per il 2017?

SP: Sicuramente la realizzazione di nuovi brani musicali e la pubblicazione di un intero album.

www.facebook.com/Sucker-punch-torino-569745739775952

Foto di Simona Zavaglia

Ivories - Landed (Official Video)

Ivories - Collegno (TO) - Padiglione 14 - 13.01.2017

Hapax - Hands (Official Video)

Hapax - Collegno (TO) - Padiglione 14 - 13.01.2017

Bleeding Jasmine - Lights from the Underground

Sucker Punch - Revenge (Official Video)